Scambio culturale col Portogallo

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Di recente degli alunni di classe terza della nostra scuola hanno partecipato al progetto di scambio culturale in Portogallo, con la collaborazione del liceo ESEQ di Povoa de Varzim.
Gli studenti della 3A che hanno partecipato a questo viaggio condividono qui la loro esperienza.

Gianmarco Borsarini

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“Purtroppo, la famiglia del luogo stava vivendo il lutto della nonna dello studente; nonostante abbia passato una sola settimana con lui, ho sentito la tristezza che ne è derivata, tanto che ho seriamente pensato a cosa avrei fatto io, se avessi vissuto questa esperienza. Nonostante questo momento particolare il ragazzo è stato comunque presente a tutte le attività con un sorriso costante.

Ho vissuto questa settimana come una “prova” a quello che penserò di fare una volta finito l’Itis.”

Gianluca Cristofolini

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“Durante lo scambio culturale in Portogallo ho imparato a cavarmela in situazioni fuori dalla mia zona di confort. Mi è rimasta la sensazione di quanto sia importante aprirsi agli altri, anche quando la lingua o le abitudini sono diverse. Ho conosciuto persone con modi di vivere e pensare lontani dai miei, ma con cui ho trovato punti in comune.

Mi porto a casa una mente un po’ più aperta, più indipendenza e la consapevolezza che uscire dal proprio mondo vale sempre la pena.”

Nicola Paghera

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“Mi è piaciuto molto attraversare il cammino di Santiago. Questo si divide  in 3 principali vie: una che parte dalla Francia, una dal Portogallo e una dalla Spagna. Qui i pellegrini giungono ai pressi del monte del gozo (felicità) dove possono vedere la cattedrale di San Giacomo.”

Lorenzo Rossini

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“Da questo scambio ho imparato a essere più indipendente anche quando i professori ci lasciavano girare per le città da soli e quanto sia importante conoscere l’inglese per comunicare con persone di altri paesi.

È stata una bellissima esperienza che mi terrò per tutta la vita.

Credo che proposte didattiche come queste dovrebbero essere estese a tutti gli studenti volenterosi.”

Lara Soler

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“Questo viaggio in Portogallo mi ha dato molte esperienze nuove. Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la differenza tra la nostra e la loro scuola; hanno due idee totalmente diverse: loro come mentalità sono più aperti, ad esempio, gli alunni possono uscire dalla scuola quando vogliono e hanno una aula studenti molto bella, all’interno di questa sono presenti divanetti, una mensa, wi-fi e delle cassette dove si possono caricare i telefoni.

È un viaggio che propongo a tutti, un’esperienza indimenticabile.”

Ari Wurster

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“Di questa esperienza conservo dei bellissimi ricordi della città di Porto, il cammino di Santiago e i momenti passati con la famiglia ospitante.
In particolare la visita alla cattedrale, di cui mi ha colpito maggiormente l’architettura e la felicità che si percepiva nella piazza colma di pellegrini giunti da tutto il mondo per celebrare la conclusione del pellegrinaggio tanto desiderato.

Grazie alla famiglia sono riuscito a visitare lo stadio della squadra di calcio del Porto.”

 

Ragazzi della 3ªA, redatto da Francesco Fazi (4ªI)




La disciplina e la resilienza nel film Gran Turismo

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Il film Gran Turismo, ispirato a una storia vera, non parla solo di corse automobilistiche, ma di crescita personale, forza mentale e perseveranza. La disciplina e la resilienza sono le chiavi che permettono al protagonista di trasformare un sogno impossibile in realtà.

La disciplina

La disciplina è la capacità di mantenere un impegno costante verso un obiettivo. Significa saper rinunciare a distrazioni e piaceri momentanei per costruire qualcosa di più grande. Jann mostra disciplina quando si allena ogni giorno, anche quando è stanco o scoraggiato.

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La resilienza

La resilienza è la forza di reagire dopo una sconfitta, di adattarsi alle difficoltà e di non farsi abbattere. Nel film, Jann dimostra resilienza quando fallisce, ma non si arrende: analizza i propri errori e torna più forte di prima.

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La storia di Jann

All’inizio Jann è solo un videogiocatore. Viene deriso da chi non crede che i simulatori possano formare veri piloti. Eppure, spinto dalla passione, decide di partecipare alla GT Academy, affrontando una sfida reale e durissima.

Durante l’addestramento, Jann scopre che il mondo reale è molto più difficile del videogioco. Deve affrontare la paura, la stanchezza fisica e il giudizio degli altri. Ogni giorno mette alla prova la propria forza di volontà, imparando che la disciplina è ciò che distingue i migliori.

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Nel film, un incidente segna profondamente Jann. In quel momento potrebbe abbandonare tutto. Ma la sua resilienza lo porta a rialzarsi, comprendendo che il fallimento non definisce
chi sei, ma come reagisci a esso. È un messaggio universale di forza e rinascita.

La disciplina non è solo fisica, ma soprattutto mentale. Jann impara a controllare la paura, la rabbia e la pressione. Capisce che per vincere non basta il talento, serve una mente concentrata, calma e orientata all’obiettivo.

Jann non cambia solo come pilota, ma come persona. Attraverso la fatica e la costanza, sviluppa sicurezza, maturità e rispetto per se stesso. Il film mostra che la vera vittoria è interiore: diventare una versione migliore di sé.

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Gran Turismo ci ricorda che nella vita, come nelle corse, ci saranno ostacoli, critiche e sconfitte. Ma chi continua a lavorare con disciplina e resilienza può arrivare dove gli altri si fermano.
Non è il talento a definire un campione, ma la sua forza di volontà.

Disciplina e resilienza sono due pilastri fondamentali per ogni sogno, in qualunque campo. Gran Turismo ci insegna che le difficoltà non sono un segnale per fermarsi, ma per crescere. Chi non si arrende mai, anche quando tutto sembra perduto, è destinato a vincere.

Jann Mardenborugh, il pilota a cui è ispirato il film

Jann Mardenborugh, il pilota a cui è ispirato il film

Giovanni Capelli & Danyel Viviani 3B




Analisi del film “All’ombra della luna”

All'ombra della luna“All’ombra della luna” è un film che parla del tempo, del destino e di come le nostre scelte possano cambiare tutto.
Il protagonista è un poliziotto di nome Locke che, negli anni ’80, si trova a indagare su una misteriosa assassina che riappare ogni nove anni senza mai invecchiare.
Da qui parte una storia piena di mistero, azione e momenti in cui ti fa pensare a quanto passato, presente e futuro siano collegati.

Il film mostra come ogni cosa che facciamo nel presente può avere effetti sul futuro, anche se non ce ne accorgiamo subito. Locke è così ossessionato dalla verità che finisce per rovinarsi la vita, perché non si rende conto che le sue scelte di oggi stanno costruendo quello che sarà domani.
È un po’ come succede a noi: ogni decisione, anche piccola, può cambiare qualcosa nel nostro futuro.

Un’altra parte importante del film è il rapporto tra Locke e sua figlia: più lui si fissa sull’inseguire la criminale, più si allontana dalla sua famiglia.
Con il passare degli anni, il legame con la figlia peggiora, e lui si ritrova solo, quasi senza accorgersene.
L’opera potrebbe voler far capire quanto sia facile perdere di vista le persone a cui vogliamo bene quando siamo troppo presi da qualcosa.

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Da un punto di vista dell’educazione civica, questo film fa pensare molto alla responsabilità personale: ogni azione ha delle conseguenze, non solo per noi ma anche per gli altri.

In conclusione, “All’ombra della luna” non è solo un film di fantascienza, ma una storia che fa riflettere sul tempo, sulle scelte e su quanto sia importante vivere nel presente per costruire un futuro migliore.

 Jaris David Rossi – 4D




Conferenza del 4 Novembre

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Il 4 novembre, in occasione della celebrazione del Giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, si è tenuta presso l’Aula Magna dell’Istituto una conferenza dedicata al valore storico e civile di questa importante ricorrenza.
L’incontro ha visto come relatore Morando Perini, già sindaco di Lonato e vicepresidente provinciale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci della Prima Guerra Mondiale.

Nel corso dell’intervento, Perini ha ripercorso le origini e le cause che portarono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, spiegando come essa nacque da forti tensioni politiche, economiche e territoriali tra le maggiori potenze europee.
L’Italia, pur aderendo formalmente alla Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, decise inizialmente di non prendere parte al conflitto, in quanto l’accordo aveva scopi difensivi e la guerra era stata avviata dagli alleati.
Soltanto l’anno successivo, nel 1915, dopo la firma del Patto di Londra, il nostro Paese entrò in guerra al fianco dell’Intesa, opponendosi così all’Austria-Ungheria.

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Una parte particolarmente toccante della conferenza è stata dedicata alla figura del Milite Ignoto, simbolo di tutti i soldati italiani caduti senza nome.
Il relatore ha ricordato che quel giovane, scelto tra tanti, rappresenta idealmente ogni combattente che perse la vita senza essere riconosciuto, costretto a una guerra che non aveva cercato e lontano dagli affetti familiari.

La sua sepoltura, collocata all’Altare della Patria a Roma, è realizzata in marmo di Botticino, proveniente dalla provincia di Brescia.
È stato inoltre citato l’esempio di Luigi Gallina, un soldato ventottenne caduto in battaglia, il cui nome figura tra quelli presi in considerazione per la scelta del Milite Ignoto, a testimonianza del sacrificio di tanti giovani senza volto.

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Nelle sue riflessioni conclusive, Perini ha voluto rimarcare come il 4 novembre non debba essere visto soltanto come un momento celebrativo, ma anche come un’occasione per meditare sui valori della pace, dell’unità e della libertà.
Attraverso episodi e testimonianze, ha messo in luce il profondo legame tra memoria storica e responsabilità civica, ricordando che le conquiste e i diritti di cui oggi godiamo sono il risultato del coraggio e della dedizione di chi ha combattuto per la patria.
La conferenza si è rivelata un’importante occasione di crescita civile e culturale, capace di rinnovare il senso di riconoscenza verso i caduti e di rafforzare nei giovani l’impegno a custodire la pace come bene supremo e fondamento di ogni società democratica.

Naghib Matteo, 5ªCD 




Uscita didattica a Lonato

In data 21-10-2025, la nostra classe, insieme alla 1^C e al prof di religione Domenico Marchione, ha partecipato ad un’uscita davvero interessante.

Con noi c’erano alcuni ragazzi di quarta, che hanno fatto da guide e ci hanno raccontato tante curiosità e storie sui monumenti di Lonato. Abbiamo scoperto luoghi ricchi di storia e abbiamo imparato cose nuove.

È  stata un’esperienza diversa dal solito, che ci ha permesso di conoscere meglio il nostro territorio e di trascorrere una giornata insieme all’insegna della cultura e del divertimento.

Siamo partiti da scuola e, dopo una breve passeggiata, siamo arrivati in piazza, vicino al Comune della città, dove i ragazzi di quarta ci hanno iniziato a raccontare tante curiosità sulla storia e sui monumenti di Lonato.

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Basilica e Torre di Lonato

Successivamente ci siamo diretti verso la Basilica, dove le guide ci hanno spiegato alcune informazioni e curiosità dall’esterno. In seguito siamo entrati all’interno, dove il prof Marchione è intervenuto aggiungendo altri dettagli interessanti che ci hanno aiutato a comprendere meglio la storia e l’importanza di questo luogo.

Dopodiché ci siamo incamminati verso la Torre, passando per alcune stradine. Arrivati alla base, abbiamo iniziato a salire una scala stretta e ripida, illuminata qua e là da piccole finestre che lasciavano entrate la luce.

Una volta in cima, ci siamo trovati davanti a delle campane gigantesche, davvero enormi, che occupavano quasi tutto lo spazio: è stato impressionante vederle così da vicino.

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Campane situate all’interno della Torre

Infine siamo saliti sulla rocca, un luogo incantevole e un panorama mozzafiato. Lassù, abbiamo scattato tantissime foto, cercando di catturare ogni angolo di quella vista spettacolare . All’interno della rocca, abbiamo visitato il Museo Civico Ornitologico, dove erano esposti numerosi uccelli imbalsamati e accompagnati da descrizioni interessanti sulle loro specie. Abbiamo esplorato ogni angolo della rocca, ammirando le mura antiche . Infine, per concludere la giornata in bellezza, ci siamo riuniti per una foto di gruppo, un ricordo speciale di questa meravigliosa uscita insieme.

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Ingresso Rocca di Lonato

Makar Simakov & Monetti Simone 1B




In ricordo di Paolo

Ho fatto fatica a scrivere per Paolo, il cui nome parla già di illuminazione… capelli biondi come la luce e dolcezza infinita come deve essere questa vita. Non per tutti è così. Le anime malvagie, purtroppo, vivono anche su questa terra: l’inferno ne è quasi vuoto perché – come declamava Shakespeare – *«i diavoli sono tutti qui»*.
E gli angeli vivono solo per poco perché hanno la purezza per affrontare il grande volo. Le anime più pure e pensose amano i colori e faticosamente resistono al nero di questa parentesi terrena sgarbata, faticosamente si arrampicano su pareti lisce e terribili. A volte anticipano l’arrivo nella luce anche per lasciare un’impronta sulla sabbia del tempo. Chi rimane è stato semplicemente destinato a procedere per incidere ulteriormente immagini di meraviglia.


In ricordo di Paolo

Spesso si smarrisce il senso della gentilezza, dell’onestà. Ci si incrosta di invidia e superbia. Ne so qualcosa, conosco benissimo un cuore nel mio cuore, il mio amore purissimo, che si è fatto spazio per aprire strade di luce nel buio alimentato dalla cattiveria.

Anche il dolce Paolo era capace di filtrare il Bene lasciando incenerire il Male. Poi ne ha accumulato talmente tanto che il suo cuore ha deciso di volare via…

La sua storia mi ha riportato fuori, dalle ferite rimarginate solo esternamente, tutto lo smarrimento e la miriade dei perché le anime gentili non siano apprezzate in questo mondo infame.
Spettacolo disarmante di assurda inerzia da parte degli adulti (*prima di tutto gli EDUCATORI*) e di assurda incoscienza mista a cattiveria da parte dei giovanissimi.

Di sicuro tutti hanno perso una grande occasione per imparare ad amare.


Riflessioni di scuola e vita

Non sempre uno ha la forza di risorgere dalle macerie del suo passato; un docente mai deve rispondere: *«Ma sì, devi imparare ad accettare e andare oltre».*

Non siamo tutti uguali, un ragazzino non sempre ha il coraggio di uscire *«a riveder le stelle»* – come consiglia il nostro Dante.

Avrei voluto abbracciarti Paolo e portarti fuori da quella stanza oscura, ma il destino ti ha condotto lì per poi innalzarti nella luce dove ci amerai eternamente: saprai perdonare la cattiveria subita perché dove c’è Amore c’è perdono.
Credo comunque che un giorno la gentilezza saprà volare libera e felice. Lo meritano tutte le persone che vivono di gentilezza e con gentilezza.

La tua storia, dolcissima creatura innocente, insegna quanto sia importante esserci per i nostri ragazzi a scuola, mai minimizzare le loro richieste. Mai! Un compito luminoso conoscerli, educarli al Bene, alla Gentilezza e all’Amore.

Prof.ssa Trane Lucia




Come i ragazzi dell’istituto Cerebotani di Lonato hanno cominciato la scalata dell’imprenditorialità che vince

Quattro studenti, alle luci della ribalta, che mostrano una targa, il loro premio.

Quattro ragazzi della 4a JT che sono fieri dell’apprezzamento che ricevono e che condividono il loro orgoglio con quello di tutto il Cerebotani.

Sono fieri perché hanno vinto: hanno avuto infatti un’idea originale, quella di creare Airsafe, il purificatore d’aria portatile per un ambiente fresco e pulito che ti segue ovunque tu vada. Dall’intuizione alla discussione alla progettazione di un oggetto semplice, ma estremamente utile e alla portata di tutti.

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Sodalitas è l’ente che consegna il premio. È un’associazione che da trent’anni gira tra le scuole, promuovendo seminari dal titolo “La mia impresa, il mio futuro” per fare formazione, per spiegare ai ragazzi cosa è un’impresa, come funziona e qual è la strategia vincente per realizzarne una di successo. Punta soprattutto sulle start-up, alla ricerca degli inventori di domani, sulla creatività e sulla determinazione delle giovani generazioni. Manda imprenditori ed esperti del mercato per istruire, dialogare con i ragazzi, per stimolarli, incoraggiarli, sostenerli nelle loro idee. Poi propone laboratori pratici e i ragazzi hanno la possibilità così di passare dalla teoria alla pratica, di mettersi in gioco, di dire la propria.

Quest’anno, a. s. 2024/25, Sodalitas è approdata al Cerebotani di Lonato e, su iniziativa della prof.ssa Redaelli, la 4a JT ha aderito al progetto nell’ambito dell’Orientamento di Istituto. La classe è stata divisa in gruppi e ogni gruppo ha elaborato la sua start- up, la sua idea innovativa, con un occhio sull’utilità di quanto progettato e con l’altro sulla sostenibilità ambientale. Ma è stato il prodotto di Lorenzo, Cristian, Elia, William quello che ha convinto di più. Il loro Airsafe, il purificatore d’aria portatile dal design pratico e compatto, progettato in 3D.

Tra 2600 partecipanti, 472 progetti di impresa, 42 finalisti, Airsafe si è collocato tra i 25 premiati, unico in tutta la provincia di Brescia. Così, i nostri ragazzi sono andati a Varese, il 27 maggio, accompagnati dalla prof.ssa Redaelli, presso la Villa Napoleonica, a ritirare il loro meritato premio.

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“Come avete lavorato ragazzi? Vi siete trovati bene in gruppo o avete riscontrato qualche criticità?”- chiede il presentatore nella sua breve intervista ai vincitori.

La risposta è pronta, immediata.

“No, nessuna criticità, ci siamo trovati molto bene. Il progetto di Sodalitas è stato davvero piacevole e interessante e sicuramente sarà utile per il nostro futuro”.

Sorridono gli organizzatori, applaude tutta la platea.

Grazie, ragazzi. Ottimo lavoro, davvero.

Grazie da parte di tutto il Cerebotani.

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Il fu Mattia Pascal

Il 13 novembre 2024 la nostra classe, la 5F, insieme ad altre quinte, si è riunita a Brescia per assistere all’opera teatrale tratta dal celebre romanzo di Pirandello “Il fu Mattia Pascal”.
La trama racconta brevemente la storia di Mattia Pascal, che, insoddisfatto della sua vita, vince una grossa somma di denaro e decide di “morire” spiritualmente per costruirsi una nuova esistenza: scappa dal suo paese e assume una nuova identità, quella di Adriano Meis. Tuttavia, anche questa vita si rivela insoddisfacente, poiché non riesce a crearsi una vera identità a causa dei suoi continui ripensamenti del passato che voleva nascondere. Alla fine, decide di tornare alla sua “vecchia vita”, ma una volta tornato nel suo paese natale come Mattia Pascal, scopre che tutto è andato avanti senza di lui.

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Una delle cose che più mi ha colpito di questa esperienza è il modo in cui l’attore che interpretava Mattia Pascal è riuscito a coinvolgermi e a farmi seguire attentamente la rappresentazione. Per noi adolescenti, ormai abituati a film o serie tv piuttosto che al teatro, il linguaggio e l’uso delle parole, uniti all’enfasi che l’attore riusciva a trasmettere, sono stati straordinari. Questo ha saputo attirare l’attenzione e ha reso facile seguire l’opera per tutta la sua durata.
Un tema importante trattato nell’opera è quello della morte: il protagonista vuole “uccidere” la propria identità per crearne una nuova, convinto che ciò risolverà tutti i suoi problemi e gli permetterà di vivere serenamente, ma ciò non accade. Anzi, soprattutto nella versione teatrale che abbiamo visto, si nota quanto Adriano Meis soffra per non poter essere completamente sé stesso nemmeno con chi gli sta accanto, e ciò lo porta alla solitudine.

2Mi ha colpito particolarmente la scena finale, quando il protagonista torna a essere “Mattia Pascal” e va al cimitero davanti alla sua  tomba: in quel momento, l’uomo si rende conto di non essere più desiderato da nessuno, e capisce che il periodo trascorso come “Adriano Meis” è stato completamente inutile, sia per gli altri che per sé stesso.

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Open Arms

Il 6 marzo alcune classi dell’IIS Cerebotani di Lonato hanno fatto un’uscita didattica presso il cinema di Brescia per guardare il film “Open arms” e incontrarne gli esperti.

MA CHE COSA E’ OPEN ARMS?

Open Arms è un’organizzazione non governativa (ONG) spagnola fondata nel 2015, specializzata in operazioni di salvataggio in mare nel Mar Mediterraneo. Opera principalmente nel Mediterraneo centrale, soccorrendo persone in pericolo su imbarcazioni precarie, spesso partite dalle coste nordafricane (Libia, Tunisia)
dirette verso l’Europa. Navi di Open Arms sono state più volte respinte da porti europei (es. Italia e Malta), con accuse di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Notevole il caso del 2019, quando la nave rimase bloccata per 19 giorni a largo della Sicilia durante il governo Salvini. Open Arms rappresenta un simbolo della risposta civile alla crisi umanitaria nel Mediterraneo, bilanciando soccorso immediato e attivismo politico, nonostante le complesse polemiche geopolitiche.

IL FILM “OPEN ARMS”

2015, autunno. Òscar, comproprietario di una società di bagnini di Barcellona, resta sconvolto dalla foto di Alan Kurdi, il bambino siriano annegato nel Mediterraneo. Decide di partire subito per l’isola di Lesbo convincendo ad andare con lui anche il collega e amico Gerard che è da poco diventato padre. Arrivati sul posto, sono messi davanti alla dura realtà; ogni giorno migliaia di persone cercano di raggiungere terra con imbarcazioni di fortuna ma nessuno li aiuta davvero. Polizia e guardia costiera si rimbalzano le responsabilità e gli abitanti del luogo si mostrano indifferenti se non ostili. La presenza di Òscar e Gerard non è gradita. L’avvertimento è in una scritta (“Via gli stranieri”) sulla fiancata della loro Panda Rossa. C’è però qualcuno che è dalla loro parte come la proprietaria di un ristorante. Ad aiutarli nei soccorsi arrivano dalla Spagna anche Nico ed Esther, la figlia di Òscar, e al gruppo si uniscono anche un fotografo e un medico alla disperata ricerca della figlia scomparsa. Il fatto vero di cronaca ha il ritmo serrato a metà tra il western e l’action quando i protagonisti arrivano in una città ostile. La scena dal meccanico che gli ripete la cifra di 3000 euro sia per riparare l’auto sia per vendere lo spray diventa indicativa di come il luogo possa nascondere dietro la sua bellezza il suo lato sinistro. Da una parte è il luogo per i turisti con la ‘provocatoria’ immagine-cartolina del mare e la luna di notte. Dall’altra ci sono i salvagenti che galleggiano in mare e per terra e i trafficanti che buttano giù dai gommoni famiglie con madri e bambini.

Il film Open Arms si distingue per la sensibilità e la lucidità del regista Marcel Barrena nel raccontare la vicenda umana dei protagonisti, le loro difficoltà personali, familiari e il loro impegno eroico. La regia è semplice ma ambiziosa, con interpretazioni intense e una cura meticolosa in ogni dettaglio, dalle scene in mare fino alle ambientazioni. Anche se non è stato girato a Lesbo, il risultato è così realistico che non si nota.

Il fondatore di Open Arms, Òscar Camps, racconta che inizialmente era previsto di girare sull’isola, ma dopo che è trapelato il vero tema del film, sono arrivate minacce fasciste che hanno costretto la produzione a cambiare location per motivi di sicurezza. Le minacce, racconta, continuano ancora oggi, soprattutto online e in Spagna.

Camps ricorda anche con ironia l’esperienza vissuta con l’attore che lo interpretava, che lo seguiva da vicino per studiarne i gesti e la personalità. Inizialmente lo trovava inquietante, ma poi ha capito quanto fosse importante affidare la sua storia personale a mani competenti per far conoscere la causa per cui lotta ogni giorno. Anche a costo di sacrificare la propria privacy, crede sia giusto raccontare pubblicamente ciò che fanno.

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L’AUTORE

Marcel Barrena, nato nel 1981 a Barcellona (Catalogna, Spagna), è un regista, sceneggiatore, produttore e montatore spagnolo. Ha ottenuto il riconoscimento del Catalan Academy Award nel 2011 per il suo film d’esordio Cuatro estaciones ed è stato il primo regista a vincere due Premi Gaudí con due opere diverse (Cuatro estaciones e Little World). Dopo il successo del documentario Little World, ha diretto il suo primo lungometraggio di finzione, 100 metros (2016). Nel 2021 ha presentato Mediterraneo alla Festa del Cinema di Roma.

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DA DOVE È INIZIATA LA STORIA: IL RACCONTO DI OSCAR DELL’ELEFANTE:

Nel film Open Arms – La legge del mare, c’è una scena simbolica e molto toccante in cui Òscar cerca di raccontare una storia, quella dell’elefante incatenato. Questa storia ha un forte significato metaforico e rappresenta il punto di partenza emotivo e filosofico del film, oltre a riflettere il cuore della sua missione.

La storia che Òscar tenta di raccontare è una parabola spesso attribuita allo scrittore Jorge Bucay. Parla di un elefante cresciuto in cattività, legato fin da piccolo a un palo con una catena. Da piccolo, l’elefante prova a liberarsi, ma non ci riesce perché non ha abbastanza forza. Col tempo, smette di provarci: interiorizza l’idea di non poter fuggire. Anche da adulto, ormai forte e perfettamente in grado di spezzare la catena, l’elefante non ci prova più. Crede ancora di essere impotente, perché ha imparato a esserlo. Oscar vuole trasmettere un messaggio profondo sulla rassegnazione e sull’illusione dei limiti.

OPEN ARMS: PERSONE, NON NUMERI

Il film Open Arms si apre con la tragica immagine del piccolo Alan Kurdi, che all’epoca commosse il mondo intero. Oggi, però, immagini simili non suscitano più lo stesso impatto, perché ci stiamo abituando alla sofferenza.

Il regista Marcel Barrena riflette su questa assuefazione, spiegando che viviamo in un’epoca dominata dalla velocità e dalla superficialità dell’informazione. Le notizie si susseguono rapidamente, senza il tempo di approfondire o comprendere.

Secondo Barrena, l’errore che ha cambiato tutto nel caso di Alan Kurdi è stato dargli un nome: così facendo, non era più solo un numero tra tanti morti, ma un bambino con una storia. Questo ha reso la tragedia concreta e umana.

Barrena auspica che si commettano “più errori” di questo tipo: dare un volto e un nome alle vittime per restituire loro dignità, suscitare empatia e spingere le persone ad interessarsi e ad agire. Solo così si può evitare di restare indifferenti di fronte alla sofferenza.

LA PARABOLA DEI CIECHI E DELL’ELEFANTE:

Quella dell’elefante e dei ciechi, ricordata nel film, è una parabola molto diffusa nel subcontinente indiano, da cui ha origine. Si narra la storia di alcuni ciechi che non hanno mai avuto modo di entrare in contatto con un elefante, cosicché, toccandolo a turno, cercano di fare la sua esperienza confrontandosi tra di loro. Ciascuno pone la mano su una porzione delimitata e diversa del corpo dell’elefante, quindi lo descrive sulla base delle sensazioni provate. Il risultato è che ogni cieco offre una rappresentazione diversa da quella degli altri.
L’insegnamento è che gli uomini sono inclini a reclamare la verità assoluta limitandosi alle loro esperienze soggettive e circoscritte, senza prendere in considerazione il fatto che il punto di vista degli altri possa essere ugualmente vero.
La prima versione della storia la possiamo trovare nel testo buddista “Udana 6.4”, risalente alla metà del primo millennio a. C., ma secondo alcuni studiosi la parabola è probabilmente più antica del testo buddista. Esistono versioni alternative della parabola: per esempio, in una di queste non sono protagonisti dei ciechi ma dei vedenti, bendati, che tentano di descrivere una grande statua calata in un contesto di buio fitto. Pur nelle sue difformi versioni, questa parabola ha attraversato molte tradizioni religiose e si trova come parte integrante dei testi giainisti, indù e buddisti del primo millennio d. C., o addirittura precedenti.

File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Selznick_Kimball_Young.jpg

Significato della parabola nel film:

La parabola dei ciechi e dell’elefante ci insegna che ogni persona ha una visione parziale della realtà, influenzata dalla propria esperienza e dai propri limiti. I ciechi, toccando ciascuno una parte diversa dell’elefante, arrivano a conclusioni differenti, credendo ognuno di avere la verità assoluta. Tuttavia, nessuno riesce a cogliere l’interezza dell’elefante, proprio perché si affida solo alla propria percezione parziale.

Nel film, questa parabola viene usata per spiegare la difficoltà di comprendere pienamente la complessità umana e le tragedie vissute dai migranti. Oscar, che opera in mare per salvare vite umane, è testimone diretto di drammi che molti, lontani dalla realtà del Mediterraneo, non vedono o non vogliono vedere.

Oscar è come colui che ha visto tutto l’elefante, mentre tanti altri vedono solo un pezzo. Lui ha vissuto sulla sua pelle la disperazione dei migranti, la morte in mare, l’umanità dietro ogni singola persona che cerca salvezza. Quindi, quando afferma “Tanti non capiscono e tanti altri non possono capire”, intende dire che:

  • Ci sono persone che non vogliono capire, per ignoranza, indifferenza o pregiudizio.
  • E ci sono persone che non possono capire, perché non hanno mai vissuto o visto da vicino quella realtà, proprio come i ciechi della parabola.

Il messaggio che emerge è che nessuno può avere una visione completa del mondo senza ascoltare le esperienze degli altri. Solo attraverso l’empatia, il dialogo e la disponibilità a mettersi nei panni altrui, possiamo avvicinarci a una comprensione più autentica della realtà.
Oscar, con la sua testimonianza, ci invita a guardare oltre il nostro punto di vista e a considerare che, se non vediamo il dolore degli altri, non significa che quel dolore non esista.

Òscar, all’inizio del film, cerca di raccontare questa storia a sua figlia e a un gruppo di bambini. Ma si interrompe. Le parole gli si inceppano in gola, e non riesce a finirla. Non è solo la difficoltà di spiegare ai più piccoli una realtà così dura, ma anche l’inizio del suo personale risveglio: si rende conto che lui stesso, come l’elefante, ha accettato una realtà ingiusta senza opporsi. Questo è il punto di svolta: l’inizio del suo viaggio per non accettare più di non poter cambiare le cose.

Il tempo in “Open Arms – La legge del mare”

Il film “Open Arms – La legge del mare” presenta un ritmo serrato che riflette l’urgenza delle operazioni di salvataggio in mare. Le sequenze drammatiche utilizzano un montaggio dinamico, alternando primi piani dei migranti in preda al panico, inquadrature della nave tra le onde e momenti di tensione tra l’equipaggio. La narrazione si concentra su un arco temporale ristretto, enfatizzando la pressione sull’equipaggio e la lotta contro il tempo per salvare vite.

Le metafore del tempo includono:

  • L’orologio che scorre: simboleggia la finitezza delle risorse e la morte che incombe.
  • Il mare come spazio senza tempo: le acque del Mediterraneo rappresentano un eterno conflitto tra speranza e disperazione.
  • Il dilemma in crescendo vede il tempo come elemento chiave per costruire la tensione morale, con rischi crescenti per i migranti e pressioni sull’equipaggio. La sospensione temporale trasmette l’attesa angosciante dei sopravvissuti e dell’equipaggio, bloccati in un limbo giuridico mentre i governi europei discutono se accoglierli.
  • Il tempo è centrale nel film per il suo realismo, riflettendo la realtà delle missioni di salvataggio, e per la critica sociale, denunciando l’ipocrisia delle istituzioni attraverso il contrasto tra il tempo umanitario e il tempo politico. Il tempo non è solo una questione tecnica, ma un personaggio narrativo che plasma le emozioni dello spettatore e sottolinea il messaggio etico del film.

L’IMPORTANZA DI FARE SQUADRA

L’importanza di fare squadra emerge chiaramente come elemento fondamentale per affrontare situazioni complesse e drammatiche. Questo valore viene rappresentato non solo nelle azioni concrete di soccorso, ma anche nel modo in cui i personaggi si sostengono a vicenda, superando i propri limiti personali per un obiettivo comune più grande.

Un momento particolarmente significativo è la scena in macchina, dove Oscar, perso nei suoi pensieri e con lo sguardo fisso nel vuoto, sembra sopraffatto dal peso delle difficoltà e delle sofferenze che ha visto. In quel silenzio carico di tensione interiore, l’improvviso ritorno della figlia lo riporta alla realtà, ricordandogli che, nonostante le sue lotte personali, esistono questioni molto più grandi — come la salvezza di vite umane in mare — che superano di gran lunga i problemi individuali.

Questa scena sottolinea come, per Oscar e per tutti coloro che fanno parte della squadra di Open Arms, la forza e la determinazione derivino dalla consapevolezza che il loro impegno non è solo personale, ma collettivo. Fare squadra significa mettere da parte le proprie paure e difficoltà per agire uniti verso un obiettivo comune, più alto e urgente. È proprio questa solidarietà e collaborazione che permette loro di andare avanti, affrontare l’ignoto e salvare vite, dimostrando che, a volte, le responsabilità più grandi richiedono di superare le proprie battaglie personali per sostenere un bene superiore.

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La squadra non è solo un’organizzazione, è una famiglia:
 Il ritorno improvviso della figlia di Òscar, nel momento in cui lui sembra sopraffatto, è il simbolo più umano e profondo: ci sono questioni più grandi dei nostri drammi personali, e proprio per questo non dobbiamo affrontarle da soli.

A far riferimento a questa scena è stato il nostro prof. Domenico Marchione insegnante di IRC all’ITIS Cerebotani. Lui ci fa riflettere facendoci ragionare su questa scena dove durante le riprese finali del film si vede il protagonista inquadrato a guardare la telecamera.

Il prof. Marchione nel suo intervento ci fa notare questo squardo di Oscar che con gli occhi ci dice tutto e in realtà Oscar sta guardando proprio noi chiedendoci un opinione.

Tramite i suoi occhi, Oscar ci trasmette un invito a non chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie, ma a diventare parte di quella “squadra” di cui Oscar parla, impegnandoci concretamente per un mondo più umano e solidale.

Oscar non è più solo un personaggio di un film, ma diventa quasi un testimone della realtà che ci interpella personalmente. Il suo sguardo ci sfida a riflettere sul nostro ruolo di fronte alle tragedie che vediamo o ignoriamo, come quella dei migranti in mare. È come se ci stesse chiedendo:

“E tu cosa fai? Cosa faresti se fossi nei miei panni? Hai il coraggio di agire, di fare la differenza? Hai il coraggio di non fermarti di fronte ad un ostacolo?”

 

 

 

 




Uscita cinematografica a Brescia

Una mattina di marzo, alle otto, ci siamo trovati alla stazione di Desenzano. L’aria era ancora fresca, le voci leggere, ma nei nostri occhi si leggeva l’entusiasmo per un giorno diverso dal solito. Stavamo per prendere il treno verso Brescia, destinazione: cinema. Una semplice uscita scolastica, all’apparenza. Ma si è rivelata molto di più. Il tempo passato in treno è stato breve ma prezioso. Ridere con i compagni, condividere battute, guardare fuori dal finestrino e sentirsi parte di qualcosa. Un gruppo che cresce insieme, non solo dentro le mura della scuola. Arrivati al cinema, ci siamo immersi nel buio della sala per assistere alla proiezione del film Open Arms – La legge del mare. Fin dai primi minuti, ci siamo trovati davanti a una realtà dura, cruda, a tratti sconvolgente. La storia del salvataggio dei migranti nel Mediterraneo ci ha colpiti profondamente. Abbiamo visto il coraggio di chi rischia tutto per salvare vite, ma anche l’indifferenza e le difficoltà imposte dalla burocrazia e dalla politica. È stato impossibile restare indifferenti. Il film ci ha fatto riflettere sul valore della solidarietà, sull’importanza di non voltarsi dall’altra parte. Abbiamo provato empatia, rabbia, tristezza, ma anche ammirazione per chi, come il protagonista, sceglie di agire secondo coscienza.

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Questa uscita ci ha dato molto più di un semplice momento di svago. Ci ha fatto crescere. Ci ha mostrato quanto sia importante guardare oltre il nostro piccolo mondo, aprirci agli altri, non giudicare, ma cercare di capire. Tornando a casa, il silenzio sul treno era diverso da quello dell’andata. Era pieno di pensieri, di emozioni. Forse anche di domande. Ma soprattutto, era pieno di consapevolezza. E di gratitudine per aver vissuto un’esperienza che ci ha lasciato qualcosa dentro, che ci ha unito un po’ di più come classe e come persone.

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